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mercoledì 23 gennaio 2008

C'era una volta un padre...


Quando ero piccolo mia nonna mi raccontava sempre delle storie.
Per lei era un po’ come raccontare delle favole.
Diceva che servivano a farmi dormire.
Nelle storie di mia nonna c’era sempre qualcuno che moriva.
Ma mica di malattia… figurarsi assolutamente no!
Morivano sempre tutti ammazzati.
E ammazzati pure di brutto!
Ogni storia era una festa di corpi scarnificati e arti rubati.
Di dormire dormivo, ma per il terrore.
Con questi presupposti da grande avrei potuto fare lo scrittore o il serial killer.
Faccio l’ingegnere… … mi sembra un buon compromesso.

martedì 22 maggio 2007

La trovatura





”Piacere, il marito della signora Sgrò sono …”.
Quando aveva cominciato a perdere la propria identità non se lo ricordava proprio, ma sembrava che qualcuno gli avesse spiccicato nome e cognome da addosso per attaccargli le generalità delle persone che conosceva.
Per tutti era l’amico di zio Vicè, o il cognato della tabaccaia all’angolo di Piazza Verdi, insomma pareva che qualcuno al marito della signora Sgrò aveva avuto il capriccio di fregargli i dati anagrafici più essenziali .
Sta cosa che qualcuno si era fregato le uniche due parole che lo identificavano proprio non gli dava pace.
Anzi l’avere smarrito per incuria quelle due parole l’aveva spinto ad avere massima cura e rispetto per tutte le altre. Aveva cominciato a dargli un peso specifico alle parole.
Alcune potevano essere solo sussurrate, altre addirittura di fronte a lui non andavano assolutamente pronunciate.
“Senti ti devi giocare una quota della schedina con me? Ché stavolta minimo facciamo dodici, fidati!”
Ecco questa frase innocente pronunciata da Gnazio il macellaio era peggio di uno sgarro, quel “fidati”, usato così come un semplice intercalare, suonava per il marito della signora Sgrò peggio di un colpo di “cuinnutu i to’ patri”.
“Perché vedi Gnazzì tu non è che mi puoi buttare un fidati così come una timpulata … tu non lo sai, chè scuole ne hai fatto picca, ma fidati è imperativo. E tu la fiducia mica me la puoi domandare a comando!
E poi Gnazzì, non ti seccare, se tu la fiducia me la chiedi, evidentemente dai già per scontato che, al momento, nei tuoi confronti io fiducia ce ne ho pochina e probabilmente tu c’hai nella tua testa dei validissimi motivi per cui io fiducia in te è meglio che ne abbia poca.
Quindi Gnazzì non solo io con te schedina non ne gioco, ma se non mi fai il legittimo piacere di andartene a bbafantoculo, fidati, che tu la schedina dall’infermiere te la fai giocare”
A voi la reazione sembrerà esagerata, ma provate voi a vivere senza avere un nome.
Perché se tu ti sei perso il nome, non è che gli altri ti possono chiamare. E se nessuno ti chiama, anche così solo per farti girare, sei condannato alla solitudine. Insomma farsi fregare il nome è un grande scassamento di minchia!
Che c’aveva un malo carattere, il marito della signora Sgrò, lo sapeva da solo, così spesso e volentieri, per evitare di incontrare qualcuno che glielo ricordasse, per non sapere né leggere né scrivere, se ne andava da solo per il bosco, facendo finta di cercare funghi.
Una mattina stava tampasiando, tranquillo tranquillo quando vicino ad un castagno c’appuntò la vista su una pala, infissa sul terreno. Sopra la pala c’era una coppola rossa. Vista da lontano la pala pareva una croce con sopra una corona di fiori rossi.
Fu un attimo. Il marito della signora Sgrò indossò la coppola e cominciò a scavare proprio nel punto in cui era stata ficcata la pala. Bastarono due vangate che spuntò tra la terra un pezzo di carta ingiallito. Sopra c’era scritto Gaetano. Il nome di suo nonno. Lo stesso nome che suo padre, per rispetto a papà suo, gli aveva appiccicato addosso quando era nato. Era felice Gaetano. Felice che almeno una parte del suo nome ora ce l’aveva. Ora mancava la seconda parola, solo quella serviva per completarlo, ma ora sapeva dove e come cercare.
Quel giorno sparì nel bosco da solo, scavando buche. Qualcuno cominciò a chiamarlo Scavuzzo quell'uomo, che sparì nel bosco, scavando buche, per cercare sé stesso.

Colonna sonora: Parole alate (Meg)

martedì 3 aprile 2007

Salvare le penne


Gli capita spesso di sedersi su quella panchina, ultimamente sempre più spesso, ce ne sono tante a Piazza Bonanno, ma lui sceglie sempre la stessa. Alle spalle, cinto da una ringhiera, l’unico superstite dei sette granai interrati. I bambini rimangono spesso affascinati da quel profondo serbatoio sotto terra, per loro è una sfida: “Picciò amunì a chi sputa fino all’altro lato”.
Al centro della panchina in pietra in bassorilievo c’è una scacchiera e nonno Michele ci gioca con la mente partite interminabili. E’ facile vincere se giochi con pezzi invisibili e soprattutto se non conosci le regole. Le inventi sul momento, tanto cu sinn’adduna.
Nonno Michele non ha nipoti, e se per questo non ha mai avuto nemmeno figli, ma a Palermo, superati i cinquanta, diventi zio e, se inizi a rimpiangere quando avevi settant’anni, sei nonno già da un bel pezzo.
Quando i bambini si stancano di assicutare lucertole e le riserve di sputi e sgracchi sono esaurite, tra un “cuinnutu i tò patre” ed un “a iccari sangu ru cuore” , spintonandosi l’un l’altro arrivano in processione da Nonno Michele. Un po’ è come se lo fosse davvero nonno.
“Nonno amunì conta”
“Chi v’ha cuntare?”
“U’cuntu, nonno Michè”
“E quale cunto volete cuntato?”
“Mamma Luchina! … anzi no contaci Menomena … anzi ù sai che ti dico? Contacene una nuova”
“Amunì, assettatevi a terra e state silenzio! C’era una volta un padre, che aveva tre figli, e doveva decidere a chi lasciare la terra, allora se li chiamò tutti e tre e disse: «Chi per primo mi porta tre piume di cuculo avrà tutto in eredità». I figli, allora, di buon mattino se ne andarono a cercare le piume. S’era fatta quasi sera quando Giovanni il fratello più grande si vide arrivare incontro Nicola il più piccolo dei fratelli:
«Giovà, Giovà le ho trovate, le piume ce le ho qua!»
«E bravo Nicola, vieni andiamo a festeggiare con un bel bagno al fiume Sirene la tua eredità»
Quella sera Giovanni, tornato a casa con le piume di uccello cuculo, ricevette l’eredità, mentre di Nicola probabilmente persosi nel bosco, nessuno sentì più parlare”
“Minchia ru fango, nonno Michè”
“Ho detto state silenzio, l’anno dopo un pastore, che faceva abbeverare le pecore al fiume, sulla riva vide un ossicino, uscì il coltello e ne intagliò un fischietto”
“Minchia ru schifo, nonno Michè!”
“Amunì state silenzio o no?”
“Sì nonno Michè”
“Allora … il pastore prese quindi il fischietto e ci soffiò, ma non uscì un fischio ma una canzone: «O pastoruzzo, che in mano mi teni, fuvu ammazzato nell’acqua Sireni e per tri pinne d’aceddu cucù lu traditore me frati fu!».
Il Pastore tutto scantato, andò allora dal suo padrone, gli raccontò quello che era successo e gli mostrò il fischietto. Questo incuriosito piglia e ci fischia dentro:
«O caro patri, che in mano mi teni, fuvu ammazzato nell’acqua Sireni e per tri pinne d’aceddu cucù lu traditore me frati fu!».
Il padrone, che aveva perso il figlio l’anno prima, capì subito tutto …
«Giovà, Giovà»
«Che c’è papà?»
«Vieni che ti devo regalare una cosa … tieni! »
«Un fischietto? E che ci devo fare? Ci soffio? Così? »
«O caro frati, che in mano mi teni, fuvu ammazzato nell’acqua Sireni e per tri pinne d’aceddu cucù lu traditore fusti tu!».”
“Minchia scanto nonno Michè!”
“Che vi insegnò questa storia?”
“Nonno Michè, che la prossima volta che trovo una cosa …. Mi faccio i cazzi miei!”

Colonna sonora: L’uomo col megafono (Daniele Silvestri)

domenica 18 marzo 2007

Colpo di genio


Ieri la vita mi ha insegnato una cosa importantissima: “Se vuoi preservare la testa non tenerla in aria!” E’ una cosa che ultimamente mi capita soprattutto nel weekend, quando sono lontano da formule ed elaborati. Non importa se sto facendo il turno al supermercato, o sto chiacchierando in un locale con amici, c’è qualcosa lì dentro nel mio cervello, che per comodità chiamerò Vicio, che improvvisamente scatta e dice. “scusate mi allontano un secondo e ritorno!”
La cosa inizialmente cominciava a lasciarmi perplesso … ma tutto sommato non è male, perché quella parte di neuroni che si allontana momentaneamente, prevalendo sempre l’indole palermitana, non torna mai a mani vuote.
In genere ritorna con una guantiera di storie, idee ed un paio di minchiate che non guastano mai.
Ieri pomeriggio però Vicio ha deciso di allontanarsi proprio mentre stavo aspettando l’ascensore. L’ascensore arriva al piano, afferrò la maniglia, la ruoto in senso orario, la tiro verso di me e PAAAAM.
La momentanea assenza di Vicio mi aveva fatto completamente dimenticare che alla maniglia in genere è attaccato il resto della porta, verità che si è subito palesata dritta sulla mia fronte.
Una cosa tenevo a dire a Vicio in questo post, un pensiero che mi è balenato in testa in quel momento, come se a colpirmi fosse stata la mela di Newton: “ Vicio, ma bafantoculo!”

Colonna sonora: Stupidowski (Simone Cristicchi)

mercoledì 7 marzo 2007

Se non ci pensa LUI


Immagino che la vicenda sia andata più o meno così:

“Scusi chi è l’ultimo?”
“E allora dietro di me c’è la signora che è seduta lì …”
“Che vuole signor mio tra 3 anni ne faccio 80 e le gambe addritta non mi tengono”
“... Poi c’è un signore che è uscito un secondo ché aveva la macchina in terza fila ed hanno fischiato i vigili, poi ci sono 2 signori che sono pure a turno all’ufficio prestiti e poi c’è lei ”
“Miiii e pareva che ‘un c’era nuddu”
“Perché lei fretta ha?”
“E che cci pare che mi vengo a fare i turni in banca per hobby?”
“Miii come sta facendo e che c’ho tirato la morte? Manco c’avissi detto cornuto. Il fatto signor mio è che manco le banche funzionano, pure sul personale risparmiano”
“Ma che mi deve fare tutta la storia dell’Economia italiana? Ma chi me l’hanno portato i morti? Con tutte le persone che ci sono a Palermo ... a turno in banca .... giusto giusto a Tremonti dovevo incocciare?”
“Miiii signor lei come sta facendo! Meno male che ora tocca a me …”
“Mi dica”
“Dovrei cambiare questo assegno”
“………………..”
“Ci sono problemi?”
“Mi scusi, detto inter nos ... ma chi ffa cugghiunia?”
“Perché che c’è’”
“St’assegno glielo ha fatto Dio?”
“Sì lo so pare strano ma, vede, io faccio il giardiniere al Vaticano. L’altra volta sono andato dal Papa e ci ho detto:
«Benedetto, vedi che avanzo tre mesi: Gennaio, Febbraio e Marzo. Che cosa dobbiamo fare?»
«E tu prega figliolo?»
«Sì e a casa che ci faccio mangiare preghiere?»
Si vede che si sentì preso di sopra e mi fa:
«Senti che facciamo Totuccio, ti giro un assegno del principale a 30 giorni e ti pago pure Aprile e Maggio»”

Colonna sonora: Povero Cristo (Zucchero)

domenica 4 marzo 2007

Piazza Marina


In questi giorni Palermo regala delle giornate stupende. Giornate che se ne fregano se hai passato la serata a cantare al concerto di Guccini. Giornate che ti strappano dal letto e ti buttano per strada. Alzo gli occhi in cielo. Non lo faccio spesso, ma se hai passato la notte con la testa in su a goderti la magia della luna rossa, questo gesto diventa quasi un riflesso. Non c’è un’eclissi da guardare, ma uno splendido sole che mi costringe a serrare gli occhi e mi riscalda il viso.
Le Reebok blu ormai hanno una confidenza estrema con la strada della mia città e ad ogni passo divorano i marciapiedi. Se ne fottono dei paradossi di Zenone loro. Achille e la tartaruga non sanno nemmeno chi siano. Se mi devono portare in un posto, lo fanno. Sono io che a volte devio. Stamattina ho stravolto i miei programmi, è bello la domenica dimenticare di essere ingegneri.
La mostra su Leonardo non mi sembra più una buona idea. Mi godo la mia Palermo.
Piazza Marina la domenica si trasforma in mercato: antiquari, collezionisti, bancarelle che vendono sorprese kinder e carte magiche. Un rapido sguardo diventa una giostra di candelabri, dipinti su legno, acquasantiere e serigrafie. Mi avvicino ad un venditore di cartoline e monete antiche.
Una cosa mi è subito chiara: sono un estraneo.
Tutti si chiamano per nome. Chi gira per il mercato non è un normale avventore, ma un habituè, che sa cosa cercare, da chi cercare e quanto pagare.
Esamino la situazione.
Punti a sfavore:
a) Non ho la minima idea di quanto costi realmente una cartolina.
b) Di cartoline ne capisco tanto quanto riesco a comprendere una donna in “quei giorni”
Punti a favore:
a) Ho una faccia da bravo ragazzo capace di intenerire Jack lo Squartatore
b) Come dice con orgoglio un mio amico: “Io nnascivo nta via Montalbo”
Prendo un mazzo di cartoline non avendo la minima idea di cosa cercare. Sguardo fisso sulle carte postali e orecchie tese.
“Oh ce ne hai cartoline di carretti siciliani?”
“Guarda talìa tu che sono confuso, ci passavo ad uno 5 cartoline a 3 euro l’una però guarda che m’ha dato; Villa Moresca a Mondello”
“Minchia se questa te la vede il proprietario te la paga a quanto vuoi tu”
“Piero c’hai niente per me?
“Uomo di poca fede sei, ti ho trovato quelle famose 5 lire, ora nnamo a sciarriare solo sul prezzo”
“Già il prezzo fatto è”
“Seee i prezzi cambiano”
“Seee il solito fango sei”
“Chi ssu sti parole? Che deve pensare quel picciotto che talìa le cartoline?”
Ascolto divertito, quando ad un tratto l’epifania. Mi viene in mente una lezione di fotografia di una mia vecchia amica:
“Sai Mimmo, a volte le foto venivano incollate nelle cartoline ed alcuni davano pure alcune pennellate di colore sui vestiti …”.
Guardo i due cartoncini postali marroni, al centro di ognuno una foto in bianco e nero, una un volto di donna e l’altra due fidanzati. Il vestito di lei sbavato di rosa. Le prendo e come un baro con l’asso di cuori le nascondo tra il mazzo. Scarto 4 cartoline ed una foto, che raffigura uno scrivano.
“A quanto me le passa queste?”
“Guarda considera che la foto è un pezzo storico … senti te le posso offrire … anzi no te le omaggio, perché sugnu un fissa, a 10 euro”
Non rispondo
“Aspè un secondo che voglio vedere pure quel mazzo lì …. Ecco mettici pure queste due e dimmi quanto viene il disturbo?”
“E allora con queste …”
Prima che riesca a parlare gli metto la mano a dita tese di fronte il viso:
“Senti prima che ti esponi … mi siddìa contrattare che ieri ho fatto le due, fammi un prezzo buono per conoscerci e la chiudiamo lì”
“Mi compà hai preso due cartoline fotografiche … senti te le passo tutte a 14 euro”
Sorrido:”Ci dobbiamo conoscere?”
“Vabbè ho capito dammi 12 euro e basta … giustamente ddu picciotto ha visto che fate tutti i purpi e ha detto e io cchi sugnu u cchiu fissa?”
Mi tende la mano
“Io sono Piero”
“Mimmo”
Faccio ancora qualche altra fermata: fossili. Su ammoniti e belemniti c’è picca di cugghiunare … vado sicuro.
Porto a casa il trofeo della mattinata, tengo tra le mani il riccio fossile, giro una delle due cartoline postali …una lunghissima lettera in francese. La data 3/11/08, la scrittura è fitta e sbiadita inizio a tradurre:
“Caro Charles
Ti auguro una buona e felice festa accompagnata da mille dolci baci, sfortunatamente tu non sei con me ed io non posso darteli, ma non sono meno sinceri, malgrado la distanza che separa l’uno dall’altra accetta i baci di buon cuore. Avrei voluto offrirti un piccolo ricordo, ma siccome io so che tu mi avresti rimproverata, ho preferito attendere ….”
Preferisco smettere di tradurre, non voglio lasciarmi prendere dalla sindrome di Maria De Filippi.

Colonna sonora: Cyrano (Francesco Guccini)

martedì 27 febbraio 2007

L'arte d'un tratto



Daniele Franzella, il mio compagno di banco delle medie mi ha insegnato come si disegna, ma è stato da Gianni Li Muli che ho imparato cosa disegnare.
Ho conosciuto per caso questo grandissimo artista: le sue opere erano sui segnalibri di Flaccovio. Sono incredibilmente rapito dalla grandissima capacità che ha di fotografare con pochissimi tratti essenziali personaggi famosi.
Passeggio per la Sala Montalto di Palazzo dei Normanni contento come un bambino. Chiedo se posso scattare delle foto, mi viene dato il permesso. Non sono contento, sono euforico.
E’ bellissimo cercare dei particolari in un’opera che di per sé nasce da pochi tratti, un’incredibile viaggio attraverso linee e colori accesi.
Sto per scattare una foto a Craxi quando con la coda dell’occhio lo intravedo. Se mi fossi trovato sul set di un film, avrei giurato che quell’uomo di media statura, con i baffi bianchi poteva benissimo essere l’attore scelto per interpretare Dio in visita in una grande metropoli. Mi avvicino a lui con la deferenza che questa immagine cinematografica mi aveva trasmesso.
Mi accosto e non posso che chiamarlo “Maestro”.
In genere non sono un tipo di molte parole, ma con lui sembro un fiume in piena. Gli racconto come era piacevole al liceo avere tra le pagine del libro di letteratura le caricature di Pirandello e Leoluca Orlando, di come mi divertono le sue opere. Mi guarda soddisfatto, intuisce il mio desiderio di conoscere le sue opere attraverso le sue parole.
“Questa è china, sono tutti disegni originali, ora i ragazzi fanno tutto col computer …”. Non è solo il Li Muli artista che mi sta parlando, ma anche il designer, uno che sa quanta importanza bisogna dare alla tecnica.
Si avvicina a noi sua moglie:“Lo sai Gianni? Mi ricorda La Galleria della Pigna”
Perché, vedete, Gianni Li Muli è l’unico caricaturista le cui opere sono state esposte nei musei vaticani. Quando gli dico che il termine caricatura non rende giustizia alle sue satirografie sorride, dice che anche lui non lo ama molto:
“Una volta mi hanno detto che le mie non sono caricature ma scaricature, perché quando disegno riesco a scaricare tutto quello che vedo, vedi quella? E’ la Melato. Ho disegnato solo gli occhi. Bastavano quelli.”
Il maestro Li Muli mi conduce tra le sue opere in una danza fatta di tratti e sfumature. Le sue parole vengono seguite dagli occhi della moglie. Ogni uomo desidererebbe essere guardato con tanta ammirazione ed amore. Decido per un attimo di condurre io il ballo:
“Maestro, quando sono entrato ho visto un altro paio di occhi che mi hanno bloccato”
“Quali?”
“Quelli”
“Ah il Cardinale Pappalardo. Quella è un’aerografia. Vedi, sono partito dal cartoncino verde e dal negativo con la penna a spruzzo ho tirato fuori il colore”
Mentre mi parla le sue dita ricalcano le linee, spruzzate sul cartoncino, il Maestro ad ogni parola sta riproducendo sotto i miei occhi la sua opera.
“Quando il Cardinale la vide mi disse:
«Urca, che occhi accigliati»
«E’ lo sguardo severo della Chiesa» risposi”
Colonna sonora: Panic (Giovanni Allevi)

mercoledì 21 febbraio 2007

Quando una favola sta per finire


“Che hai?”
“Niente sono triste”
“Perché?”
“Così”
“Ne vuoi parlare?”
“No, non mi va”
“Senti cosa facciamo: ti racconto una storia?”
“Sì”
“Anzi guarda una bella favola:
C’era una volta un re bafè biscotti e minè
Che aveva una figlia bafiglia biscotti e miniglia
La figlia bafiglia biscotti e miniglia
Aveva un uccello bafello biscotti e minello
Un giorno l’uccello volò volò volò ...
ma che fai ridi ora?”
“Sì”
“Ma non è mica finita la favola”


Colonna sonora: Senza fine (Gino Paoli)

sabato 17 febbraio 2007

Montessori chi?


C’era un tempo in cui l’educazione si impartiva con una frase, a volte con un semplice sguardo. C’era un tempo in cui chi educava sentiva il dovere ed il piacere di farlo. Non esistevano trattati di psicologia infantile né riviste per le mamme da comprare in edicola “solo per oggi ad un euro”. L’educazione poteva essere appresa in due modi: cogliendo al volo un’ occhiata di rimprovero o, in alternativa, cogliendo in faccia una bella timpulata.
Erano gli stessi anni in cui il farmacista preparava da solo le medicine per i suoi pazienti. Grossi vasi di vetro o ceramica conservavano le basi per preparazioni in cui l’arte di Ippocrate strizzava l’occhio all’alchimia.
“Dottore c’è mio figlio qui che si sente male?”
“Che cosa ti senti?”
“Miiii dottò chi mi sientu male, sudo freddo, mi fa male la gola, chi mi sientu male”
“Niente, un po’ di influenza, ti do queste pillole, prendine mezza la mattina e mezza la sera per tre giorni e vedi che ti passa tutto”
“E non me ne posso prendere tre tutte assieme? Non è lo stesso?”
“Sì gioia mia … un fissa in meno”
C’era un tempo in cui si educava con una frase…

Colonna sonora: Un poco di zucchero (da Mary Poppins)

mercoledì 7 febbraio 2007

Fabula docet


“Perché ridi?”
“Niente pensavo ad una cosa che mi contava mio nonno quando ero nico”
“Amunì conta!”
“Niente, una volta, il Signore si chiama San Giovanni e San Pietro e ci fa:
«Sceglietevi un masso e salite in cima a quella montagna».
San Giovanni si piglia un bello masso, se lo mette sulle spalle e, santa pazienza, incomincia a salire per la montagna.
San Pietro, lavativo, pensa:
«Ma ammia ‘cu mu fa fare»
Si sceglie allora una pietruzza, che faceva futtere di ridere, se la stringe nella mano e, anche lui, acchiana.
Appena arrivano tutti e due sulla montagna, San Giovanni stremato e San Pietro beddu frisco, si trovano ‘u Signuruzzu, che guardandoli dice:
«Figli miei, per premiarvi del sacrificio ecco trasformo il vostro masso in pane affinché avrete da saziarvi per i giorni a venire»”
“Miii spregio!”
“Aspè mica è finita! Il giorno dopo succede la stessa cosa.
Il Signore convoca di nuovo i due e ripete la stessa richiesta. Stavolta … San Pietro ….. se lo scarta bello grosso il balatone…. se lo carica sulla schiena e a colpi di iiisalo! si fa tutta la montagna, manco fosse l’acchianata di Montepellegrino.
Arrivati in cima i due trovano di nuovo il Signore.
«Siamo giunti, o Padre», fa San Pietro.
Il Signore li guarda, «Posate a terra i massi, o figlioli, e giacchè siete stanchi … assettativici di sopra e riposatevi»”.
“Ah ah! Che bella storia. E quale è la morale?”
“La morale? … beh la morale … la morale … la morale è che mio nonno, di sicuro, ce l’aveva cù San Pietro!”

Colonna sonora: La bella tartaruga (Bruno Lauzi)